Dopo avermi contattato privatamente e dopo un breve scambio di mail, un blogger mi dedica un post in cui scrive:

«Ho avuto il piacere di colloquiare con Marcoz ed ho scoperto che non gli piace parlare di cazzeggio quando si tratta di lavoro.»

Non si consideri, adesso, la particolare opacità espressiva della seconda metà della frase (e nemmeno il chiaro intento… diffamatorio).
In pratica, egli afferma che il sottoscritto sarebbe riluttante a concedersi momenti di cazzeggio durante l’esercizio dell’attività lavorativa o, detto in altre parole, a “cazzeggiare quando si parla di lavoro” (così scrive un commentatore che riceve il plauso del padrone di casa per il suo intervento).
Fin qui nulla di strano né di affascinante, perché è scontato che ognuno può adottare il comportamento che più ritiene opportuno, a seconda del tipo di lavoro che svolge e di ambiente che frequenta.
Quello che invece rende il tutto bello e, per certi versi, seducente – e qui colgo l’occasione per ringraziare il blogger per gli istanti stupefacenti che mi ha regalato – è andare a vedere l’origine da cui è scaturita la sua considerazione, cioè quanto ho scritto io in una delle mail della corrispondenza:

«Nel caso che questa conversazione proseguisse (anche se non ne vedo la ragione), gradirei che si utilizzasse questo [cioè un altro, ndr] indirizzo: OMISSIS@gmail.com
Vorrei tenere separate le comunicazioni di lavoro dal cazzeggio.» [sottolineatura non originale, ndr]

Naturalmente, ho fatto presente la totale inconsistenza della “scoperta”, con tanto di motivazioni (e di richiesta di rettifica), ma con scarso successo.

[Prima di accedere al link, munirsi di fazzoletto, perché qualche lacrima potrebbe scappare (soprattutto, e non certo per l’ilarità, a chi conosce il lavoro che fa il nostro)]