Articolo-intervista su follia omicida (qui).

Psichiatra “smitizza” il raptus, che – sostiene – «Serve molto a chi fa le perizie per giustificare le azioni di grande violenza e attenuare la gravità del fatto e la colpa di chi le commette.»

A parte il fatto che le perizie “strumentali” le fanno verosimilmente altri psichiatri (e/o psicologi?) ed è a loro che andrebbe fatto notare ‘sto malinteso sul raptus, si può essere pure d’accordo sul disinvolto uso che si fa comunemente di tale termine (anche uno sprovveduto può arrivare a comprendere che il raptus è generalmente l’apice di un malessere più vasto).

Poi l’asse del discorso si sposta sul male: ci sono «individui che covano malvagità, crudeltà, cattiveria.», dice il professore.

Allorché ci si domanda: lo psichiatra chiamato a fare una perizia su di un omicida deve stabilire se si ci si trova di fronte a un “buono” o a un “cattivo”? Oppure, più auspicabilmente, egli ha soltanto il compito di determinare se il soggetto era consapevole delle conseguenze delle proprie azioni, quando ha ucciso, perché altre conclusioni non sono di sua competenza?

Quindi, la malvagità, che passa anche attraverso «la banalità del male», rimane in primo piano fino in fondo («il male può essere ovunque, la cattiveria alberga anche a un passo da noi»).

E così ci si chiede pure se qualcuno pensa che la cattiveria – o più genericamente le categorie buono e cattivo – sia un argomento scientifico valido per giungere alla spiegazione di un fenomeno.

Fine dell’intervista.

Che, a giudicare dai commenti dei lettori del Corriere, sta facendo più danni di una intera puntata di Voyager.

[Nota doverosa: qui si sottolinea come il taglio dell’intervista suggerisca conclusioni discutibili; non c’è alcuna intenzione di attribuire al professore Mencacci sbavature professionali, poiché non si è in possesso di dati sufficienti (né di competenze specifiche) per arrivare a tanto.]