Se escludiamo una piccola parentesi durante le scuole elementari in cui il sottoscritto – già dichiaratamente portato per il disegno – fece alcune tavole a matita con immagini di carri armati, a corredo di un articoletto del giornalino scolastico in cui si parlava del conflitto del 1973, a parte questo, dicevo, il c.d. problema mediorientale non mi ha mai appassionato in modo particolare. Adesso, grazie al brano che riporto qui (e che ho scoperto per casuale merito di un blogger con problemi di memoria), mi rendo conto, con colpevole ritardo, di cosa la mia indifferenza mi ha fatto perdere (antropologicamente parlando), in tutti questi anni.
Il testo compare originariamente qui, a chiusura di una lista di accuse a Israele.

[Nel caso qualcuno volesse commentare, si accomodi pure, ma si ricordi che gli emoticon e la diffamazione (in questo esatto ordine di importanza) sono sgraditi.]

«(…) mentre esprimiamo la nostra solidarietà e ammirazione per le personalità della cultura e cittadini e cittadine del mondo ebraico che, nonostante il clima di intimidazione, condannano le infamie inflitte al popolo palestinese, noi accusiamo i gruppi dirigenti delle Comunità israelitiche sparse per il mondo che spesso diventano complici del governo di Tel Aviv, il quale sta diventando la principale fonte di una nuova, preoccupante ondata di antisemitismo, che, nondimeno, noi respingiamo e condanniamo in modo categorico, in qualsiasi forma esso si presenti. Esprimiamo il nostro più grande apprezzamento per quelle organizzazioni come la Rete “ECO (Ebrei contro l’occupazione), che svolgono il difficile ma fondamentale compito di dimostrare che non tutti gli ebrei condividono le scellerate politiche dei governi israeliani e lottano per la libertà del popolo palestinese.

Perciò noi chiediamo che il mondo si mobiliti contro Israele: non basta la pur importante e lodevole campagna BDS (“Boycott Disinvestment Sanctions”); riteniamo che si debba portare lo Stato di Israele davanti a un Tribunale speciale internazionale per la distruzione della Palestina. Non singoli esponenti militari o politici, ma un intero Stato, (e i suoi complici): il suo passato, il suo presente e il suo presumibile futuro. Se vogliamo salvare con il popolo palestinese, la giustizia e la verità, dobbiamo agire ora, fermando non solo il massacro a Gaza, ma il lento genocidio di un popolo. Noi vogliamo lottare per la pacifica convivenza di arabi, ebrei, cristiani e cittadini di qualsiasi confessione religiosa o provenienza etnica, respingendo le pretese di qualsiasi Stato “etnicamente puro”.
Noi chiediamo UNA NORIMBERGA PER ISRAELE»