Discutendo di omosessualità (e dàgli, Marcoz, che palle!), ho chiesto quali fossero, in sostanza, i danni di uno sdoganamento del rapporto sessuale-affettivo “non tradizionale”.
Claudio LXXXI, gentilmente, risponde, e chiama in causa il problema demografico legato all’invecchiamento della popolazione, che ci impedirebbe progressivamente di disporre di risorse sufficienti – finanziarie e umane – per fronteggiare la minaccia dell’espansione di culture esterne al c.d. Occidente. Quindi, essendo il rapporto omosessuale “non prolifico”, se ne deduce che avallare determinati generi di rapporti e convivenze, significherebbe fare il gioco del nemico.

Riporto, dunque, il commento che esprime il mio punto di vista, omettendo le parti non necessarie alla comprensione della sostanza, aggiungendo alcune note importanti e approfittando dell’occasione per mettere alcune virgole al posto giusto e rimediare a qualche sbavatura sintattica.
Al momento della pubblicazione di questo post, il mio interlocutore non ha ancora replicato, ma penso che lo farà presto.
Nel frattempo, se qualcuno vuole dire la sua qui, è il benvenuto.

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Claudio LXXXI,
(…) a prescindere dalla forma e dal contenuto del tuo commento [in cui si illustrano i danni sociali a cui l’omosessualità contibuirebbe, ndr], il metodo utilizzato che emerge non può che farmi piacere; nel senso che il giudizio è (in apparenza, almeno) pragmatico, e non formulato in relazione a un ipotetico ordine ideale [naturale, nda] precostituito.

Innanzitutto, dico sì, la demografia è un elemento che contribuisce in maniera determinante al successo o al[ fallimento] di una società; e il collasso può avvenire per eccesso o per carenza di nascite (probabilmente l’omosessualità, in un passato più o meno remoto, ha iniziato a essere stigmatizzata proprio per la necessità di incanalare gli “sforzi” a beneficio del numero di braccia disponibili, per i campi e per la guerra).
 Tuttavia, quando da un fenomeno su vasta scala – come, appunto, l’andamento demografico di società complesse come la nostra, che è influenzato da molti fattori – si cerca di estrarre sotto-cause, rischiamo di finire a misurare con il contagocce il contenuto dell’acquedotto. Certo, quando succede un patatrac, è l’ultima goccia, quella che fa traboccare il vaso. Tuttavia, difficilmente potremo essere in disaccordo se io dicessi che non è il caso di accanirsi su quella ultima, povera goccia, per via del traboccamento.

Si dice che c’è un nemico alle porte, e posso pure concordare che c’è (e sappiamo a chi ci riferiamo). Ma il nemico di questo nemico chi è? Non è, genericamente, la società occidentale, bensì la modernità (non in senso tecnologico, ovviamente), che a sua volta ha nemici anche all’interno della società occidentale stessa. Col risultato che, parlando fuori dai denti, ci ritroviamo la contrapposizione che vede da una parte la modernità, appunto, e dall’altra Islam e Cristianesimo (Cattolicesimo in particolare), i quali, loro malgrado, giocano di sponda per perseguire i propri interessi: sopravvivere, diffondersi, omologare ecc. (magari, nella speranza recondita che, fatta fuori la modernità, si possa ritornare alle belle scazzottate dei tempi andati).
Quindi, quando vedo l’omosessualità osteggiata categoricamente dagli stessi che considerano con favore (per citare un fatto recente) l’introduzione dello ius soli, che agevolerebbe chi vuole conquistarci per mezzo del ventre delle proprie donne (perché la guerra in corso non è di quelle “convenzionali”), e considerando che sempre gli stessi rifiutano metodi alternativi per far nascere e crescere bambini [“occidentali”, nda] (come osserva Amedeo [il riferimento è a procreazione assistita, eterologa e a cure omo-parentali, ndr]), quando vedo questo, dicevo, mi domando: l’imminente e immanente pericolo, qual è? Si intuirà, immagino, la risposta che mi do.

Per concludere.
Vorrei mai che, in maniera cruenta o meno, una religione come l’Islam conquistasse l’Occidente. Tuttavia, una vittoria che non fosse della modernità, della laicità, ma fosse un successo omnicomprensivo del Cattolicesimo, che costringerebbe l’omosessuale – un essere umano come tutti – a ritornare nella clandestinità dei sentimenti e a sacrificare la propria esistenza, tutto ciò, dico, lo considererei comunque una sconfitta. Perché una società che voglia definirsi civile può al massimo chiedere, ma non imporre, il sacrificio ai propri componenti, anche se questo dovesse mettere in pericolo l’esistenza della società stessa.