[Precisando che qualsiasi tipo di responsabilità è comunque a mio carico, desidero ringraziare Banditore, Galatea, Jazztrain, Ricco e spietato e Sagredo, che hanno involontariamente, e in maniera differente, contribuito alla nascita del breve racconto che segue.]

C’era un tizio – Enrico si chiamava, un uomo di grande stazza, pacato e mediamente espansivo, che prestava soldi. Ma non lo faceva per guadagnarci. No, Enrico li dava in prestito, così come avrebbe potuto fare con una bicicletta o un trapano, senza pretendere interessi. Semplicemente, li prestava. E li rivoleva indietro esattamente come li aveva dati; anche perché alle proprie cose riservava un affetto estremo ed esasperante, nonostante tutto. E s’incazzava tremendamente, se non glieli davano indietro, i soldi: “Ecco i contanti,” diceva, “ma ricorda che, se non me li restituisci, so dove trovarti e t’ammazzo”, e consegnava la mazzetta al bisognoso.
Il problema era che Enrico soffriva di una lieve – e, per questo, non evidente – forma di autismo, che emergeva inaspettatamente quando andava da lui chi aveva avuto la somma di danaro, per la restituzione. Enrico guardava le banconote e diceva: “Cos’è ‘sta roba?”. E l’altro: “I tuoi soldi. Me li hai prestati tu, ricordi?”. “Questi non sono i miei soldi: i numeri di serie sono diversi”, replicava Enrico all’ormai incredulo interlocutore. E incalzava: “Rivoglio subito indietro i miei soldi!”.
A questo punto, di solito succedeva che il malcapitato si accorgesse troppo tardi di aver commesso un errore definitivo, per via di una frase del tipo “Restituirti le stesse banconote? Ma come faccio? È impossibile!”, e che a Enrico toccasse far sparire un cadavere.

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