Se è vero che «Le femministe che combatterono per la 194 non volevano questo [l’aborto farmacologico, ndr] per le donne. Non volevano di nuovo una specie di aborto clandestino, un self service compiuto in totale solitudine. Non volevano che sulla donna fosse scaricato tutto il peso psicologico e fisico di un’esperienza traumatica (grassetto mio), ne consegue che la presenza del personale ospedaliero coinvolto in un’interruzione di gravidanza per via chirurgica (dall’impiegata all’anestesista, dal ginecologo all’infermiera), avrebbe il compito di alleggerire il peso psicologico e fisico della donna, in una sorta di catartico momento “condiviso”.
Ma, allora, se i presupposti sono questi, e se è oltremodo auspicabile che «Occorrono parole e gesti chiari (…) che non promettano un “aborto facile”.», a rigor di logica, pare che sia proprio l’aborto chirurgico a rendere più agevole la pratica in questione. Contrariamente, quello farmacologico graverebbe totalmente sulla donna, prospettando un percorso più arduo da superare e, per questo, più difficile. Cioè “meno facile”.
E che diamine, non è proprio questo l’obiettivo?
Quindi, signori, boicottiamo il metodo chirurgico e giù di pillola! Niente sconti per queste peccatrici!

P.S.: chiaramente, suggerirei l’aborto in sala operatoria per tutte quelle donne che devono abortire in quanto la gestazione le mette in oggettivo e immediato pericolo di vita. So essere misericordioso, io.

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