(post modificato dopo la sua prima pubblicazione)

Un’altra cosetta, in relazione al tema di questo post. Dopodiché tiro un bel rutto e, come direbbe Elio, “vi cambio il clima”, in modo da riportare questo blog sui binari soliti.
Ecco un’interessante uscita attribuita a Renato Farina, che si concede anch’egli un’ulteriore piccola osservazione (enfasi mia):

«Vale anche l’aggravante per chi ha orientamento di tipo pedofilo? In fondo è un orientamento sessuale. Mi permetto un’altra piccola osservazione, e poi chiudo. Per me uccidere una persona è il delitto peggiore che esista, grida vendetta al cospetto di Dio. E non dovrebbero esistere graduazioni. Ma a lume di buon senso, quanto al danno sociale, siamo sicuri che sia più grave uccidere un omosessuale single che un padre di famiglia?»

Ora, non mi meraviglierei che qualcuno, imbeccato da quella che sembra essere una voce dal sen fuggita, provvedesse a stilare una classifica di “gravità” dell’omicidio che comprenda anche un single bisessuale, uno eterosessuale, un padre di famiglia con uno, due o tre figli e via dicendo (e non dimentichiamo un uomo divorziato e risposato, con numerosa prole, che magari continua a sostenere la ex-moglie).
Se il parametro di giudizio è il danno sociale (articolato, immagino, a un criterio di utilità), in quale punto della scala graduata deve essere posta l’eliminazione a colpi d’accetta di un barbone? Oppure, escludendo gli esempi che potrebbero apparire più scontati, se in sede di processo riuscissimo a dimostrare la scarsa utilità del nostro vicino di casa, potremmo avvalerci di qualche attenuante, qualora decidessimo di strozzarlo con le nostre stesse mani?

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